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"Delitto e castigo", per molti il capolavoro di Dostoevskij, nasce nel 1865, uno degli anni più critici dell'esistenza sempre travagliata del suo autore. Colpito da gravi lutti (la morte della prima moglie e del fratello), travolto dal fallimento della rivista "Epocha" e sommerso dai debiti, Dostoevskij fugge all'estero, dove perde nuovamente al gioco. Ma intanto concepisce un nuovo progetto letterario, "il resoconto psicologico di un delitto", che sottopone all'editore Katkov per la rivista "Russkij Vestnik". Qui il romanzo uscirà, a puntate, dal gennaio al dicembre del 1866. Il progetto iniziale di una "confessione" in prima persona, secondo il modello delle Memorie del sottosuolo, si trasforma accogliendo altre voci, si articola e si amplia inglobando un'idea precedente, quella di un romanzo sociale sulla piaga dell'alcolismo che doveva intitolarsi "Gli ubriaconi". Così la storia dell'alcolizzato Marmeladov e della sua sventurata famiglia s'intreccia con la vicenda di Raskol'nikov, il giovane che uccide per un'idea, per affermare la propria libertà e la propria superiorità sugli uomini comuni e la loro morale. Perché se può servire a salvare la vita propria e altrui, se il gesto può andare a beneficio di tutta l'umanità, è davvero un delitto eliminare una vecchia strozzina, stupida e cattiva, non un essere umano ma un insetto dannoso, un pidocchio?

Sono un uomo o un "pidocchio"?

Mi sono già espresso più di una volta sulla grandezza di Fëdor Dostoevskij. "Delitto e Castigo" non fa altro che confermarla. Un autore che riesce, col suo stile tormentoso e profondo, a indagare nel torbido dell'animo umano, a sguazzarci, alla ricerca di un pizzico di luce nascosto in mezzo alla melma.

"Delitto e castigo" è esattamente quello che ci presenta il suo titolo, ovvero la cronaca di un delitto e del suo conseguente castigo. Questo "castigo" non rappresenta certo il carcere, anzi, quest'ultimo sarebbe una sorta di sollievo, perché è solo per mezzo di esso che la morale umana può avere almeno la percezione di espiare i propri peccati. Il castigo è invece quel tormento interiore, quel delirio incessante che sfinisce il corpo, la mente e il cuore.
Raskol'nikov è uno studente dalle spiccate capacità, dal grande acume, dall'intelligenza fuori dal comune, dalle idee innovative. Ma sarà proprio un'idea, una convinzione personale non ancora dimostrata nel concreto, a diventare per lui un pensiero fisso che gli toglierà il sonno e la pace. Sono un uomo o un "pidocchio"?
A un uomo geniale, davanti al quale si presenta un ostacolo lungo il cammino che lo porterebbe all'esaltazione, è concesso il diritto di distruggere quell'ostacolo, anche se questo significasse spargere del sangue? Raskol'nikov sente dentro di sé le capacità per distinguersi dalla massa di uomini normali che popola la terra, di ergersi e donare loro qualcosa di nuovo; eppure cosa possiede? Nemmeno un rublo; una stanza piccola come la cuccia di un cane; patisce la fame; è stato costretto, nella miseria, a lasciare gli studi. Pur di sopravvivere è disposto a dare in pegno gli oggetti a lui più cari, a una vecchia e maligna usuraia. In lei, Raskol'nikov vede la via d'uscita, il punto di convergenza tra le su idee e la loro possibile dimostrazione, il mezzo con il quale la sua ascesa può cominciare. Il momento opportuno e una scure, sono tutto ciò che gli serve. Ma questo pensiero sarà il suo tormento e, dopo l'attuazione, il suo "castigo": un tormento al quale non c'è rimedio, se non l'accettazione della sofferenza, il pentimento, l'amore, Dio.
Ma l'uomo è un essere duro di compredonio, è orgoglioso. E' vigliacco.
"Esiste un uomo tanto codardo da non preferire cadere almeno una volta piuttosto che barcollare in eterno?" si è chiesto Cormac McCarthy tra le pagine del suo "Suttree". Chissà se mentre scriveva quelle parole non avesse proprio in mente il Raskol'nikov di Dostoevskij. Per tutto il romanzo vedrete questo pover uomo vacillare di continuo, cercando di capire se, alla fine, si lascerà cadere, e se una volta che l'avrà fatto sarà capace di rialzarsi.

"Se mi sono torturato per tanti giorni chiedendomi se Napoleone lo avrebbe fatto oppure no, vuol dire chiaramente che lo sentivo di non essere Napoleone [...] Non è per aiutare mia madre che ho ucciso; fesserie! [...] Dovevo scoprire qualcos'altro, qualcos'altro mi spingeva il braccio: allora dovevo scoprire, e scoprirlo al più presto, se ero un pidocchio come tutti, o un uomo. Se avrei saputo oltrepassare il limite oppure no! Se avrei saputo chinarmi a raccogliere oppure no!"

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Valerio Finizio, programmatore informatico per professione, scrittore e lettore accanito nel tempo libero.
Alla disperata ricerca del modo in cui invertire i ruoli.

 

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