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Tyler Durden, disilluso dalla cultura vacua e consumistica imperante nel mondo occidentale, è un giovane che si trascina in una vita fatta di bugie e di fallimenti. La sua unica valvola di sfogo sono gli incontri clandestini di boxe nei sotterranei dei bar. Tyler crede di aver trovato in questo modo una strada per riscattare il vuoto della propria esistenza; ma nel mondo del pugilato non c'è posto per alcuna regola, freno o limite. Dal romanzo il regista David Fincher ha tratto un film.

Sporco, scorretto, ma potente. Non per tutti.

Comincio facendo una premessa fondamentale: "Fight Club" non è un libro per tutti.
È quasi paradossale trovarsi a non sapere se consigliare o meno un libro che ci è piaciuto (mi capita spesso anche coi libri di Cormac McCarthy), ma proverò a scrivere una recensione che possa esservi d'aiuto a riguardo.
Cominciamo con lo specificare chi NON dovrebbe leggere Fight Club: chi è debole di stomaco o ipersensibile, sia riguardo ai contenuti sia riguardo al linguaggio, deve tenersene alla larga.

 

Brad Pitt nei panni di Tyler Durden, nella bellissima trasposizione cinematografica del 1999, diretta da David Fincher.

Per chi è indeciso (anche sulla propria sensibilità) ho un consiglio spassionato che normalmente non darei mai. Tuttavia, considerato che Fight Club è un'opera fuori dal comune, eccolo a voi: per capire se la lettura può piacervi o meno guardate prima il film tratto dal libro, un capolavoro di David Fincher che ha come protagonisti Brad Pitt ed Edward Norton; se riuscite a reggerlo e vi piace, allora tentate con la lettura altrimenti, come diceva Totò, "desisti". Credo che questo sia uno dei pochi casi in cui il film supera il libro, anche se quest'ultimo mi è comunque piaciuto.

Lo stile di Palahniuk secondo me è tra quelli che si riconoscono tra mille, e per quanto mi riguarda è un grosso punto a favore. A volte tende a ripetersi, ma è ovviamente una cosa voluta per dare risalto a determinati concetti o atteggiamenti. Si legge in maniera scorrevole nonostante le cose scritte spesso non siano facili da digerire.
Da come avrete capito, accostarsi a Palahniuk richiede quasi una preparazione psicologica; devo dire che nel mio caso l'approccio è stato positivo e leggerò dell'altro. Nel libro, inoltre, c'è un colpo di scena tra i più belli che ho mai incontrato (che però forse rende meglio nel film).

Ma di cosa parla Fight Club? Bella domanda. Partiamo dal parlare del protagonista: un uomo senza nome che soffre di forte stress e di insonnia, che frequenta gruppi di sostegno per malati terminali, pur non essendo un malato terminale. Lo fa perché è l'unica cosa che lo aiuta a dormire.
Ma la vera svolta arriva non tanto nell'incontro con la figura femminile del romanzo (Marla Singer), quanto con il controverso e anarchico Tyler Durden, uno dei personaggi meglio riusciti del panorama letterario e cinematografico, nel film interpretato da un Brad Pitt davvero all'apice. I due stringono un'amicizia e ben presto si trovano ad aprire il Fight Club, una sorta di circolo i cui partecipanti, per sfogare le ansie, le preoccupazioni e le insoddisfazioni della vita quotidiana si cimentano in combattimenti corpo a corpo senza esclusione di colpi. I membri del Fight Club aumentano di giorno in giorno, nonostante la prima regola e la seconda regola del Fight Club siano che non si deve MAI parlare del Fight Club. Ben presto tuttavia, non sarà difficile imbattersi in un cameriere, un tassista o un commesso che svolga il suo lavoro con un occhio pesto o la faccia lacerata dai tagli.
Ben presto, il Fight Club si evolverà in qualcosa di più spaventoso, un movimento anarchico nettamente contrapposto alla società consumistica moderna, che vuole annientarla per ricominciare da zero e che ha come unico capostipite il nostro caro Tyler Durden.
Cupo, scorretto, senza filtri, ma con un messaggio forte che, tuttavia, può essere o meno condivisibile.

"Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, adesso possiedono te."

"È solo dopo che hai perso tutto, che sei libero di fare qualunque cosa."

Cosa ho imparato da questa lettura? - Il disturbo dissociativo dell'identità

Stiamo parlando di un disturbo mentale definito nel 1994, che si caratterizza per la presenza, in UNA persona, di due o più identità o stati di personalità distinti, di cui almeno due prendono il controllo del suo comportamento in maniera ricorrente. Quando una personalità è in controllo, non ha assolutamente coscienza delle altre; come se un uomo potesse vivere più vite completamente diverse (e con personalità anche molto differenti) senza esserne consapevole. Il disturbo può essere causato da uno stress intenso, ma principalmente è collegato a traumi significativi vissuti nell'età infantile. I sintomi? Chi ne è affetto può avere improvvisamente la sensazione di essere un osservatore di sé stesso, percepire delle voci, ritrovarsi a compiere delle azioni o pronuciare discorsi che sente come "non suoi", che non sono sotto "il suo controllo". Possono anche verificarsi delle amnesie, vuoti di memoria su quanto accaduto o sulle proprie abilità, oppure delle fughe dissociative: per esempio trovarsi in un posto senza sapere come ci si è arrivati. Inutile dire che un disturbo simile può comportare una grave disabilità sociale. Un altro film in cui si presenta il disturbo di personalità multipla è il più recente Split , con James McAvoy. E voi, lo sapevate?

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Valerio Finizio, programmatore informatico per professione, scrittore e lettore accanito nel tempo libero.
Alla disperata ricerca del modo in cui invertire i ruoli.

 

Valerio Finizio
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