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Eliot Rosewater è l'ultimo erede della casata; suo padre ha costituito la Fondazione Rosewater con l'incarico di gestire tutti gli immensi beni di famiglia e con la clausola che la presidenza venga tramandata di erede in erede. Lo scopo è impedire che il fisco si impossessi dei soldi. Eliot, però, dopo aver partecipato alla Seconda guerra mondiale, è diventato un uomo strano: non solo ha iniziato a bere, a vagabondare, a prestare servizio come pompiere ma ha anche iniziato a usare il denaro per aiutare la gente. Alla fine Eliot torna a Rosewater, nell'Indiana, il luogo depresso che la sua famiglia, tanti anni prima, aveva usato per iniziare la propria fortuna e poi abbandonato. La gente del posto è priva di orgoglio, speranza, lavoro. Così Eliot apre un ufficio per aiutare tutti coloro che hanno bisogno di aiuto e il cartello sopra la porta dice semplicemente: "Fondazione Rosewater. Come possiamo aiutarvi?". È ovvio che la famiglia, aiutata da un avvocato, tenti in tutti i modi di farlo dichiarare insano di mente, ma Eliot alla fine troverà una soluzione brillante e inaspettata per poter proseguire con i suoi progetti. Scritto nel 1965, "Perle ai porci" non solo ci fa come gli altri libri di Vonnegut ridere delle cose tristi e commuovere in modo divertente, ma tradisce un autentico amore per l'utopia e fa riflettere sulle ingiustizie del mondo.

Feltrinelli - 198 pagine

Recensione in 60''

 

Ricchi e poveri

Una storia di cruda realtà raccontata con uno stile esilarante. Questa è la frase che potrebbe introdurre adeguatamente questo libro, ma non sarebbe comunque abbastanza da fargli giustizia.
Come dicevo, lo stile di Kurt Vonnegut è brioso; riesce a strappare più di una risata con i suoi aneddoti che, seppure possano apparire a volte fuori luogo, in realtà sono sempre attinenti al messaggio che l'autore vuole trasmettere e lo rendono molto fruibile con l'aiuto di un sorriso, seppure amaro nella maggior parte dei casi.
Non è il primo libro che leggo di Kurt Vonnegut; il primo è stato il più acclamato "Mattatoio n.5", che non mi ha colpito quanto questo "Perle ai porci". Vi dirò la verità, questo aspetto ha fatto nascere in me il desiderio di ripetere la prima lettura, perché ho la strana sensazione che mi sia sfuggito qualcosa.
"Perle ai porci" è uno di quei libri senza trama che, tuttavia, riescono a colpirti più a fondo di un'opera dal meccanismo narrativo perfetto e dalla storia coinvolgente. Non c'è bisogno di una trama complessa per dar vita a un grande libro, e questo di Kurt Vonnegut ne è una prova lampante. Ci sarebbe da farne un discorso molto lungo.
Tutto quello a cui assistiamo sono le vicissitudini di Eliot Rosewater, un uomo ricco creduto pazzo perché ha deciso di dedicare la sua vita e il suo patrimonio alla gente più sfortunata, piuttosto che inseguire ambizioni vuote e ricoprire le più alte cariche dello Stato, che sembravano attendere soltanto la sua maturazione. Inutile dire che questa sua bontà d'animo sarà l'innesco che spingerà uomini senza scrupoli a privarlo della sua fortuna, in modo che possa essere utilizzata da uomini più "assennati".

Sono diverse le riflessioni che scaturiscono da questo libro: in primo piano c'è la questione della beneficenza, sviscerata e considerata in moltissimi dei suoi aspetti. La trattazione di Vonnegut si concentra principalmente sui rapporti tra la classe ricca e la classe povera, la prima incarnata dal ricco benefattore Eliot Rosewater, la seconda dai reietti dell'omonima città americana (fittizia) di Rosewater.
Riguardo a questo tema, che è il centrale, quello su cui è più interessante soffermarsi sono due aspetti.
Il primo aspetto riguarda ciò che spinge un esponente della classe ricca a farsi "benefattore". Nel caso del nostro protagonista, Eliot, ciò che lo spinge è quanto di più umano si possa considerare: altruismo puro e semplice, che non si aspetta nulla in cambio e che soffre di "bassa autostima", ovvero una patologia che lo porta a considerare quei gesti di carità come un qualcosa di dovuto, che non ha quasi importanza e non merita nemmeno un ringraziamento. In contrasto con quest'altruismo puro, si pone un atteggiamento diametralmente opposto, che spesso viene assunto proprio da chi, di beneficenza, non fa davvero nulla; un atteggiamento di superiorità che porta una persona ricca a considerarsi meritevole di ringraziamenti anche per quel poco che i poveri hanno, considerando questi "possedimenti" una conseguenza della prosperità che loro stessi hanno portato nel paese, pur non interessandosi ai poveri in prima persona.
Il secondo aspetto rappresenta l'altra faccia della medaglia: ovvero come la classe povera reagisce alla beneficenza "vera", quella che è rivolta direttamente nei loro confronti. Come è ovvio che sia, nessuno reagisce allo stesso modo, ma le reazioni prevalenti sono due. La prima è quella che spinge chi riceve l'aiuto a tirarsi fuori dalla melma, che vede in quell'atto di bontà un mezzo per darsi una seconda occasione. La seconda reazione è quella che porta velocemente allo sperpero, all'accettazione voluttuosa dell'aiuto per soddisfare i propri bisogni immediati, senza volgere lo sguardo al futuro. La beneficenza non si fa autrice di un riscatto, bensì diventa un mezzo per tappare una perdita che tornerà a ripresentarsi nemmeno troppo tardi. Questo porta l'uomo che ha agito così stoltamente a rivolgere tutte le sue speranze nell'uomo che gli ha concesso quella carità, a strisciare ai suoi piedi ogni volta che ne ha bisogno, sempre più spesso; un uomo che nel momento in cui dovesse mancare si porterebbe via anche tutte le speranze di quel miserabile. Inutile dire che quest'ultima è la reazione più frequente e ad essa si deve il titolo "Perle ai porci".
Una lettura interessante, da fare.

"Uno dei protagonisti di questa storia, storia di uomini e donne, è una grossa somma di denaro, proprioc ome una grossa quantità di miele potrebbe essere, correttamente, uno dei protagonisti di una storia di api."

Cosa ho imparato da questa lettura? - Il bombardamento di Dresda

Avete mai sentito parlare di Dresda? È una città tedesca, oggi meno conosciuta di molte altre. Tuttavia, prima della Seconda Guerra Mondiale, Dresda era una delle città più belle e romantiche d'Europa, adornata da palazzi barocchi e rococò, oltre che casette di legno e mattoni fulvi del Medioevo gotico. Una città carica di suggestione. E allora come mai Dresda, oggi, non è famosa alla stregua di Parigi e simili? La risposta è semplice quanto triste: a causa di un furioso bombardamento che l'ha rasa quasi completamente al suolo.
Dresda non aveva un'importanza strategica né era sede di industrie pesanti che gli avversari potevano avere interesse a distruggere; oltretutto, la guerra era quasi al termine e la Germania praticamente sconfitta. Tuttavia, quest'ultima era dura a morire e l'alleanza anglo-americana e russa decise di sferrare il colpo finale. L'idea era quella di causare confusione ed evacuazioni di massa dall'est, ostacolando quindi l'avanzata delle truppe da ovest: dunque Dresda finì nella lista delle città da bombardare. L'intenzione era quella di «distruggere le comunicazioni» e intralciare l'evacuazione, non di uccidere gli evacuati, ma le cose andarono storte.
Alle 22:08 di martedì grasso, le sirene di allarme interruppero i clown che si stavano esibendo e gli spettatori si dispersero quasi svogliatamente, convinti che Dresda fosse esente da pericoli, a maggior ragione in quel momento in cui si subodorava la fine della guerra. 800 aerei inglesi volarono su Dresda, scaricando circa 1.500 tonnellate di bombe esplosive e 1.200 tonnellate di bombe incendiarie. Il giorno dopo la città fu attaccata dai B-17 americani che in quattro raid la colpirono con altre 1.250 tonnellate di bombe. Di Dresda non rimase altro che un cumulo di macerie. La stima delle vittime è piuttosto controversa, ma raggiunge tranquillamente le decine di migliaia.
E voi, lo sapevate?

 
 

Valerio Finizio, programmatore informatico per professione, scrittore e lettore accanito nel tempo libero.
Alla disperata ricerca del modo in cui invertire i ruoli.

 

Valerio Finizio
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