Cerca nel sito...

 

 Globale

 Stile

 Trama

 Profondità

 Piacevolezza

 

Nella sua grande e vecchia casa di campagna, solo, Moses Elkanah Herzog scrive febbrilmente lettere su lettere agli amici, alla famiglia, persino a morti illustri, ponendo a tutti i suoi interlocutori incalzanti quesiti sull'esistenza. Alter ego di Saul Bellow, portavoce delle inquietudini intellettuali del tipico americano postkennediano, spoglio di ogni romantica illusione, personaggio quanto mai contraddittorio, Herzog è un umiliato che va fiero dell'umiliazione che subisce e, nel disastro della propria esistenza, si sente tuttavia fiducioso, pur non possedendo la risposta al mistero della vita. Con un saggio di Philip Roth.

Mondadori Oscar Moderni - 424 pagine

Recensione in 60''

 

Dimenticare ciò che non si può dominare

Un libro piuttosto difficile da leggere.
Partiamo da una premessa: Saul Bellow ha una cultura sconfinata e scrive davvero benissimo. Questo mi ha decisamente convinto a investire altro tempo su di lui e sulle sue opere, anche se il suo “Herzog” non mi ha fatto impazzire.
Per quale motivo Herzog non mi è piaciuto? Per vari motivi. É innanzitutto una lettura adatta soltanto a chi ha una buona cultura, e che quindi riesce quantomeno a discernere un minimo dei pensieri del protagonista, Moses E. Herzog, l’intellettuale. Un protagonista che sputa in faccia a vari personaggi (che siano vicini a lui, lontani, ma anche morti), tutti i suoi pensieri sconnessi, tutti i suoi turbamenti emotivi e le montagne russe dei suoi pensieri. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio flusso di coscienza, o quasi, in certi tratti.
Nella sua follia e nella sua incoerenza ci si perde totalmente, senza riuscire a provare empatia. Herzog è un uomo perduto, che non sa cosa fare della propria vita, ossessionato da avvenimenti passati e delusioni che non riesce a scrollarsi di dosso. Tuttavia, non riesce quasi mai a dare un’identità precisa a quello che lo tormenta, e alla fine si giunge alla conclusione che forse è la vita stessa a metterlo in crisi (una crisi che voglio sperare non ci tocchi tutti con questa intensità, raggiunta la mezza età).
Il titolo di questo libro non poteva essere diverso: queste pagine non sono altro che morboso, incessante, contraddittorio Herzog.

Moses Elkanah Herzog è un uomo che ha dedicato la sua vita allo studio, alla cultura, alla filosofia. Ha pubblicato uno scritto ben accolto da importanti esponenti dell’ambiente, che ha fatto di lui un uomo dalle idee rispettabili. Dopo il divorzio dalla prima moglie Daisy (che dai flashback si percepisce sia l’unica un po’ più sana di mente, difatti non la conosciamo), Herzog è devastato dal tradimento della sua seconda moglie Madeleine, una donna che ci sembrerà del tutto odiosa, insopportabile, meschina, malvagia; anche se a un certo punto ci verrà in mente il dubbio che sia dovuto al fatto che il racconto è quasi del tutto filtrato dal punto di vista di Herzog, il bistrattato. A un’analisi accurata, Madeleine si rivela davvero una donna meschina, ma forse il “filtro Herzog” la fa apparire ancora peggiore.
Un po’ troppa carne a cuocere, in questo romanzo; troppe riflessioni gettate in faccia al lettore in un flusso di coscienza ininterrotto e talvolta incomprensibile. Penso che la forza di un autore sia quella di rendere fruibile la sua cultura e le sue riflessioni a quante più persone possibile; Herzog invece è un libro per pochi.
Non so dirvi se Herzog è un libro per voi; dovrete accettare la sfida.

“Herzog scrisse: Non capirò mai che cosa vogliono le donne. Che cosa diavolo vogliono? Mangiano insalata verde, e bevono sangue umano.”

Cosa ho imparato da questa lettura? - Il Mitridatismo

Non che abbia molto a che fare con Herzog, ma come sapete le curiosita del #cosìmparo possono non essere cose strettamente legate all'opera che le ha trasmesse, ma anche soltanto citate e approfondite da me in privato. In questo caso, parliamo del mitridatismo: una condizione di immunità da alcuni veleni raggiunta tramite assuefazione, assumendone costantemente delle dosi non letali. Ma perché questo nome, mitridatismo? Perché deriva da Mitridate VI, re del Ponto. Suo padre era stato avvelenato, probabilmente per ordine di sua moglie, che divenne reggente del regno fino a quando uno dei figli maschi non avesse raggiunto la maggiore età. Mitridate VI era in competizione per il trono con suo fratello, che però era il favorito della madre. Cominciò ad accusare dei dolori di stomaco dopo mangiato e, temendo di fare la stessa fine di suo padre, cominciò a ingerire una piccola quantità di un mix di veleni ogni giorno, fino a rendersi immune a tutti quelli allora conosciuti.
Si dice che il famigerato russo Rasputin si sia salvato ad alcuni avvelenamenti grazie al mitridatismo... ma non ci provate a casa, eh!
E voi, lo sapevate?

 
 

Valerio Finizio, programmatore informatico per professione, scrittore e lettore accanito nel tempo libero.
Alla disperata ricerca del modo in cui invertire i ruoli.

 

Valerio Finizio
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Aggiungi commento