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Thomas McNulty ha appena quindici anni quando fugge dalla Grande carestia irlandese e approda nel Nuovo mondo. Qui incontra John Cole, un ragazzino vagabondo con un goccio di sangue indiano e, addosso, un vestito con piú buchi che stoffa. Le praterie del West che si aprono di fronte a loro sembrano senza fine, come le avventure che si offrono ai cuori giovani e generosi, come i giorni da attraversare insieme. Tra fughe e travestimenti, imprese rocambolesche e rischi di ogni genere, addii che sembrano irreversibili e l'insperata felicità di ritrovarsi, Giorni senza fine è il delicato ritratto di un amore appena sussurrato nel clamore assordante della nascita della nazione americana. «Questo è il mio romanzo preferito dell'anno: un'epopea americana straordinaria, a volte violenta, a volte tenera, che racconta con grande lirismo il destino di due giovani uomini», Kazuo Ishiguro. L'America di metà Ottocento è un posto senza pace. A ovest gli indiani si oppongono all'aggressiva avanzata dei bianchi tentando di difendere il territorio in cui hanno sempre vissuto, mentre a est si riversano gli europei in fuga dalla carestia, illusi di aver trovato la salvezza.

Einaudi Supercoralli - 220 pagine

Recensione in 60''

 

Un western tra alti e bassi

Credo che I romanzi western siano tra i più difficili da scrivere: è facile eccedere in crudezza, ma lo è anche scrivere qualcosa che non colpisca abbastanza. Kazuo Ishiguro ha definito “Giorni senza fine” di Sebastian Barry il romanzo dell’anno; io l’ho trovato un buon western ma nulla più, un romanzo coi suoi pregi ma anche coi suoi difetti. Lo stile dell’autore è particolare e vorrei spenderci qualche parola. In primis caratterizza piuttosto bene il protagonista e si sforza di adattarsi al suo modo di parlare e di esprimersi: un po’ alla Huckleberry Finn, o alla Holden, se preferite. In certi tratti l’autore racconta la storia con una forza impressionante; mi riferisco soprattutto alle scene d’azione, di battaglia, oppure nei momenti di particolare difficoltà che colpiscono i protagonisti. Di contro però, le pagine che intercorrono tra questi momenti di grande potenza narrativa, sono piuttosto pesanti e tendono a far vagare l’attenzione del lettore, soprattutto nei tratti in cui l’autore si sofferma sui viaggi dei protagonisti tra i paesaggi tipici del Far West. C’è da dire che questi sono una caratteristica peculiare del genere, dunque ci sta la loro presenza, però in questo romanzo li ho sofferti un pochino in più. Tralasciando lo stile, la storia strizza l’occhio ad argomenti attuali come il razzismo e l’omosessualità, ma devo dire che soprattutto riguardo a quest’ultimo aspetto e alla figura del protagonista, la cosa mi è sembrata forzata e un po’ fuori contesto, ma è un mio giudizio personale.

Thomas McNulty è un irlandese fuggito dalla sua terra natia quando era ancora un ragazzo, sbarcato in quell’America che sembra carica di promesse ma che sembra essere ancor più crudele dell’Irlanda che ha lasciato. All’inizio incontra John Cole, un ragazzino diffidente che però diventa subito suo amico e compagno tra le disavventure che si troveranno ad affrontare. Insieme conosceranno gli orrori della miseria, che li costringerà a fare gli “attori” prima in un bar e poi in un teatro; conosceranno la guerra, prima contro orde di indiani sanguinari e poi contro i Sudisti, nella guerra di Secessione; conosceranno le privazioni e la fame a cui ti costringe la prigionia. In mezzo alla bruttura però, ci sarà spazio anche per un fiore che allieterà le loro vite: Winona, figlia di indiani della quale decideranno di prendersi cura, e che dopo un po’ di tempo imparano ad amare come se fosse figlia loro. Una lettura a tratti cruda, a tratti tenera, con attimi potenti e frenetici e attimi placidi e lenti.

“Con tutto che eravamo afflitti e decimati, qualcosa ci era rimasto. Qualcosa che l’alluvione e la fame non erano riuscite a spegnere. La volontà umana. Roba da levarsi il cappello. L’ho vista tante volte. Non è così rara. È il meglio che abbiamo.”

Cosa ho imparato da questa lettura? - La guerra di Secessione Americana

D'accordo, stavolta non si tratta proprio di una cosa nuova che ho imparato, tuttavia questa lettura ha rinnovato il mio interesse per una guerra che mi ha sempre affascinato (per quanto sia brutto dirlo). Ne riassumerei dunque, i punti cardine. Fu combattuta dal 12 aprile 1861 al 9 maggio 1865, tra gli Stati Uniti d'America (le cosiddette giubbe blu) e gli stati che avevano dichiarato la loro secessione da questa Unione (con la distintiva uniforme grigia). Ma per quale motivo chiesero la secessione? Per l'elezione del primo presidente repubblicano, Abramo Lincoln, che sostenne l'interdizione della schiavitù. I nuovi Stati Confederati d'America, infatti, basavano la propria economia sulle piantagioni di cotone, nelle quali lavoravano una moltitudine di schiavi di colore. Nonostante gli sforzi di Lincoln, non si riuscì a raggiungere un compromesso e si diede inizio a una guerra civile che durò oltre 4 anni, mietendo tra le 620.000 e le 750.000 vittime tra i soldati, e di un numero imprecisato di civili. La guerra ebbe una svolta decisiva nella famosa Battaglia di Gettysburg, e si concluse con la vittoria degli Stati Uniti in seguito alla resa del generale confederato Robert Edward Lee, nella battaglia finale di Appomattox.

 
 

Valerio Finizio, programmatore informatico per professione, scrittore e lettore accanito nel tempo libero.
Alla disperata ricerca del modo in cui invertire i ruoli.

 

Valerio Finizio
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