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Comincio a pensare che, se dovessi continuare a postare con questa regolarità, qualcuno possa morire di vecchiaia prima di vedere la fine di questi "Sentieri di carta". Dovete perdonarmi. È difficile conciliare il lavoro, la lettura, la scrittura (sotto questo aspetto, tra qualche mese, forse ci sarà una sorpresa) e la miriade di altre cose nelle quali mi trovo impegnato. Purtroppo, nessuno ha ancora scoperto un metodo per dilatare il tempo della giornata da ventiquattro ad almeno settantadue ore; e poi, nonostante in molti credano che questo discorso si applichi soltanto allo sport, quando smetti di fare qualcosa anche per breve tempo, riprendere è dura.

Tuttavia eccoci di nuovo qui, alla fine ho trovato un po' di tempo per mettere un altro mattoncino lungo il sentiero d'ingresso al mondo della lettura; un mattoncino che, devo dire, mi sta molto a cuore. Sì, perché l'opera e l'autore che vi proporrò come terzo passo sono tra i miei preferiti: sto parlando de "Le notti bianche" di Fëdor Dostoevskij. Dostoevskij è uno degli autori più importanti della Storia e probabilmente il più grande indagatore dell'animo umano che sia mai esistito; nell'ambito letterario, almeno.

Qualcuno potrebbe obiettare: "passiamo da 'Il piccolo principe' a Dostoevskij di punto in bianco?". Mi tocca riconoscere che la scelta può sembrare un po' audace, ma ci voglio provare lo stesso. In primis, "Le notti bianche" è un libro brevissimo: 158 pagine nell'edizione Einaudi col testo a fronte, dunque esattamente la metà (a meno che non leggiate il russo). Un tentativo indolore. Inoltre, credo sia la scelta migliore per dare un primo sguardo alla letteratura più impegnativa, quella che oltre a intrattenere nasconde tutto quello che rende la lettura un qualcosa di unico: personaggi con una personalità complessa, che vivono delle storie che alla fine ci lasciano qualcosa.

Sì, forse questo mattoncino numero tre può essere quello fondamentale: quello che può determinare il vostro cammino. Potrebbe farvi semplicemente capire se siete pronti a immergervi in qualcosa di più impegnativo e infinitamente più gratificante, o se vi serve più tempo; se il vostro obiettivo è solo mantenervi nelle letture d'intrattenimento, o se invece volete alzare l'asticella e godervi i libri che davvero vale la pena leggere. A questo punto, devo farvi una confessione: "Sentieri di carta" non ha l'obiettivo di introdurvi alla lettura d'intrattenimento; non c'è bisogno di articoli come questo per fare una cosa così semplice; in quel caso basta chiedere consiglio a un amico. Il vero obiettivo di questa rubrica è riuscire a tracciare un percorso verso la letteratura che conta, quella che, ad ogni libro terminato, ti fa sentire più ricco.

Parlo di ricchezza interiore, chiaro no? E allora vai con Le notti bianche!

Recensione de "Le notti bianche" di Fëdor Dostoevskij
È la realtà a dar colore ai sogni

 

 Globale

 Stile

 Trama

 Profondità

 Piacevolezza

 

 

La natura lirica, fantastica e fantasmagorica di Pietroburgo è tutta infusa nelle Notti bianche, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1848. Il giovane protagonista della vicenda è un sognatore. Immerso in uno sciame di pensieri e fantasticherie, nelle lucide notti estive, il giovane intraprende in solitudine lunghe passeggiate per le vie cittadine fino al sorprendente incontro con Nasten'ka, un altro essere notturno, e al sogno di un'avventura meravigliosa.

Esistono uomini che posseggono un'anima talmente profonda da spaventare, talmente assennata da non smettere mai di stupire, geniale al punto da far credere essi vengano da un posto estremamente lontano da questa Terra. Dostoevskij era senza dubbio uno di questi uomini, e grazie al cielo ha condiviso con il mondo il suo immenso pensiero, essendo inevitabilmente uno dei più grandi autori e intellettuali di tutti i tempi. "Le notti bianche" data la sua brevità potrebbe essere tranquillamente considerato un racconto, ma la sua immensa profondità grida giustizia, reclamando per sè stessa, e a ragione, un posto tra le grandi opere letterarie della Storia. Perché esistono romanzi dalla mole estremamente più ampia, ma che nella loro enorme estensione di parole scritte non riescono a raggiungere la grandezza di pensiero così magistralmente compressa da Dostoevskij ne "Le notti bianche".

Avremo di fronte un brevissimo tratto della vita di un anonimo pietroburghese, in concomitanza del suo incontro cruciale con una giovane donna, l'ingenua Nasten'ka. Egli si autodefinisce un sognatore, uno di quelli assoluti, uno di quelli che non vive una vita per vivere in un sogno ininterrotto, perché risulta estremamente più facile, perché un sogno è come noi vogliamo che esso sia, perché esso è perfettamente plasmabile secondo la nostra volontà, a differenza della tanto bistrattata vita reale.

Una scena tratta dall'adattamento tutto italiano di Luchino Visconti, con Marcello Mastroianni e Maria Schell.

Il sognatore di Dostoevskij è uno che da sempre si crogiola nelle sue fantasie, e crede di essere felice in esse, finché un fugace incontro, una semplice emozione, non fa crollare miseramente il suo castello fantastico come fosse fatto di carta. La sua vita risulta improvvisamente essere tutta un'illusione, una costruzione della sua mente, una cosa tragicamente fine a sè stessa. D'altronde, cosa rimane dei sogni una volta che ci si è svegliati? A volte nemmeno il ricordo. Un emozione vera, invece, può rimanere nel cuore e nella mente per sempre. Crogiolarsi nei sogni può essere bello all'inizio, ma a lungo andare, vivere un sogno a discapito di una vita vera colora anche le nostre fantasie di un grigio cupo, contaminandole col rimorso di non aver vissuto, di aver perso i migliori anni della nostra vita dietro a un semplice prodotto della mente, a una realtà fasulla. La verità travolge il sognatore in maniera fatale. Egli è solo, noi siamo soli, perché i sogni sono soltanto nostri e chiunque possiamo avere accanto in essi, anche se una proiezione di qualcuno che esiste per davvero, esiste solo e soltanto nella nostra mente. E, dopotutto, non sono i sogni stessi fomentati dalla realtà? Dai ricordi? Dalle emozioni? Dall'amore? Se queste cose non vengono realmente vissute, da cosa i nostri sogni dovrebbero attingere?

Alla fine di tutto, la domanda che resta è una sola: vale la pena vivere un sogno come noi lo vogliamo ma irreale, a discapito di una vita che andrà di certo per conto suo, ma che riesce in un attimo a regalarci più di quello che un meraviglioso sogno può donarci in una intera eternità? Dostoevskij direbbe: "Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! È forse poco, sia pure per tutta la vita di un uomo?"

“E intanto sento il rumore di una folla di gente che mi gira intorno presa dal turbine della vita, sento, vedo che la gente vive, vive veramente, vedo che a loro non è preclusa la vita, che la loro vita non si dissolve come un sogno, come una visione, ma si rinnova sempre, è sempre giovane...”

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Valerio Finizio, programmatore informatico per professione, scrittore e lettore accanito nel tempo libero.
Alla disperata ricerca del modo in cui invertire i ruoli.

 

 

Valerio Finizio
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