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Eccoci qua, pronti a fare il primo passo nel fantastico mondo della lettura.
Prima di procedere con il fulcro di questo primo articolo della rubrica "Sentieri di carta", occorre fare una premessa.

Perché ho scelto proprio questo libro?

In primis, perchè è stato il mio trampolino di lancio, ragion per cui se in futuro qualcuno dovesse mettere in discussione l'efficacia di questa scelta (dannate malelingue), potrò obiettargli che almeno in un caso ha funzionato.
Scherzi a parte, la mia scelta si può riassumere in una parola.

Equilibrio.

Se dicessi a un neofita che il modo migliore per entrare nel mondo della lettura è quello di leggere uno qualsiasi dei "Piccoli Brividi" di Robert L. Stine (li amo tantissimo, mi ricordano tanti momenti meravigliosi dell'adolescenza), gli starei mentendo spudoratamente.
Perchè?
Perchè per quanto possa essere piacevole leggere quelle storie, per quanto possano incoraggiare il lettore all'inizio (magari penserà anche: "diamine, leggere è una gran figata!"), quando quest'ultimo si renderà conto che la letteratura è ben altro, passerà la vita a inveire contro il sottoscritto e a cercare tutto quello che è simile ai "Piccoli Brividi".
Non che ci sia nulla di male, ma limitarsi a quello, credetemi, sarebbe un vero peccato.

La copertina di uno dei tantissimi "Piccoli Brividi".

 

Viceversa, se consigliassi alla stessa persona di leggere "I miserabili" di Victor Hugo (magari per fare lo spaccone), starei facendo anche peggio.
Certo, gli starei indicando uno dei pezzi pregiati della letteratura di ogni tempo, ma anche un "mattone" apprezzabile soltanto da un lettore più maturo.
Un testo del genere, seppur meraviglioso e pregno di significato, può procurare nel lettore acerbo soltanto noia e frustrazione, perchè i suoi "sensi letterari" non sono ancora ben sviluppati, e potrebbero spingerlo seriamente all'eterno abbandono di questa stupenda occupazione, oltre a inveire ancor più marcatamente contro il sottoscritto.
Potrà sembrarvi strano, ma ci tengo a vivere una vita di almeno media lunghezza.

Ovviamente, in entrambi i casi ci saranno le dovute eccezioni, ma il mio obiettivo è fornire un percorso ragionato e graduale, o almeno intendo provarci.
Ecco perché ho scelto, come principio, il grande Sherlock Holmes nella sua prima avventura, perché "Uno studio in rosso", oltre a essere meraviglioso, è assolutamente equilibrato.
Aprendo un libro di questo tipo, il lettore acerbo si troverà di fronte una lettura piacevole ma non troppo semplicistica nello stile, perché stiamo pur sempre parlando dell'opera di un grande scrittore di fine '800. Inoltre, ci troveremo di fronte a una storia intrigante e incontremo personaggi di enorme spessore. Qualcuno potrebbe pensare che mi riferisca semplicemente al detective di Baker Street e al fidato dottore, ma non è così.
Lo scoprirete leggendo.

Per questo, a mia opinione, leggendo questo libro si riesce a capire a cosa si va incontro, su quale sentiero ci si sta incamminando, e come un viaggiatore che scruta l'orizzonte verso la meta e ne valuta gli ostacoli, anche voi potrete capire se vale la pena intraprendere questo percorso, o se preferite gettare la spugna perchè l'impresa non vi si addice.

Dopo questa iperbolica premessa (che spero sia la prima e l'ultima ad essere così lunga), ecco a voi la recensione di "Uno studio in rosso" di Arthur Conan Doyle, il nostro primo e meraviglioso passo verso il mondo della letteratura.

Recensione di "Uno studio in rosso" di Arthur Conan Doyle

 

 Globale

 Stile

 Trama

 Profondità

 Piacevolezza

 

 

Arthur Conan Doyle e il suo Sherlock Holmes sono l'ingresso perfetto per un lettore che vuole entrare nel mondo della lettura vera, quella bella e matura anche se non eccessivamente impegnativa. Il modo di scrivere di Doyle è semplice ma accurato, e i luoghi in cui fa muovere i propri personaggi sono pregni di suggestione (L'Inghilterra di fine '800 è un'ambientazione già intrigante di per sé). A questi primi due aspetti aggiungete la trama coinvolgente e mai scontata, portata avanti da personaggi meravigliosi quali il dottor Watson e quel genio di Holmes, che ritengo uno dei personaggi letterari meglio riusciti della storia.
Dei quattro romanzi dedicati al detective di Baker Street, "Uno Studio In Rosso" è probabilmente il migliore.

E' riuscito a emozionarmi, stupirmi, appassionarmi.
Il genio di Holmes è magnetico e ti spinge ad andare avanti, vuoi sapere cosa frulla nella sua testa. Dai suoi atteggiamenti traspare la completa fiducia nelle sue capacità, come se gli bastasse una semplice occhiata alla scena del crimine per carpirne anche i minimi dettagli.
Fin dalle prime pagine, il detective sembra già sapere come sono andate le cose, e quando ci pone davanti la sua soluzione lo fa in maniera talmente semplice da far nascere spontanea la domanda: "Come ho fatto a non arrivarci?".
Elementare Watson, perchè anche se sembra, in realtà semplice non è.
Ma non sentitevi soli o stupidi, anche il dottor Watson, di fronte al genio del suo nuovo e controverso amico, rimarrà spesso sgomento.
Si, perchè "Uno studio in rosso" mette in scena il primo incontro e la prima avventura di questo duo letterario (e non solo) eccezionale.

L'opera è fondamentalmente divisa in due parti principali, che sembrano raccontare due storie completamente diverse.

La prima parte ci pone davanti l'incontro tra il detective e il suo futuro compagno inseparabile, il dottor Watson.
Nemmeno il tempo di stringersi la mano, che verranno catapultati sulla scena di un macabro crimine, la cui vittima è un tizio di nome Enoch J. Drebber. Il suo corpo viene ritrovato in una stanza tappezzata di sangue, il che farebbe pensare a una morte atroce, ma sul cadavere non vengono ritrovate tracce di violenza. Accanto alla vittima, una fede nuziale, probabilmente appartenente a una donna, mentre sul muro è dipinta la parola "Rache", che in tedesco vuol dire "vendetta".
Nella seconda parte, viene narrata la serie di eventi che hanno portato all'omicidio, il cui colpevole è probabilmente il personaggio più interessante del libro insieme ai due protagonisti.

Per certi versi sembra di leggere due libri diversi, collegati tra loro da un sottile filo conduttore.
La prima parte colpisce per la caratterizzazione eccezionale che viene fatta dei personaggi di Watson e soprattutto di Holmes, di come inizia la loro immensa amicizia. Vengono messe in risalto le spiccate capacità di Holmes e la sua fortissima personalità, che lo distingueranno in tutte le sue avventure.
La seconda parte è quella che ci fa emozionare, quella che ci fa capire i sentimenti dell'assassino, che ci fa amare alcuni peronaggi e ce ne fa odiare altri, che ci coinvolge del tutto nei fatti narrati.

Doyle è riuscito in quello che è uno degli scopi principali della lettura. Un libro deve suscitare in noi delle emozioni, farci entrare nel mondo che ci viene presentato e, una volta chiuso il libro, lasciarci dentro qualcosa di tangibile.
E Doyle, con il suo primo Holmes, ci riesce in modo meraviglioso.

"È un errore confondere ciò che è strano con ciò che è misterioso. Spesso, il delitto più banale è il più incomprensibile proprio perché non presenta aspetti insoliti o particolari, da cui si possono trarre delle deduzioni."

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Valerio Finizio, programmatore informatico per professione, scrittore e lettore accanito nel tempo libero.
Alla disperata ricerca del modo in cui invertire i ruoli.

 

 

Valerio Finizio
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